Alberto Calzolari’s Blog for fly fishing

Inferno e Paradiso di un pescatore di trote

Inferno e Paradiso di un pescatore di trote

Non amo particolarmente svegliarmi alle 4 del mattino se non per due ragioni. Per prendere una canna da pesca in mano è la prima e la più comprensibile, chi dorme non piglia pesci ci ricorda il vecchio detto. La seconda ha a che fare con quella scintilla creativa che a volte si accende improvvisamente e chissà per quale ragione inizia ad ardere a orari impensabili. Quando ciò capita ha sempre a che fare con la voglia di scrivere, con la voglia di sedermi al morsetto o con una delle altre mille cose in cui giornalmente immergo i miei pensieri. Mi consola sapere che personaggi ben più illustri di me avevano codesta abitudine e la cosa mi fa ben sperare, oltre che sopportare meglio i colpi di sonno che regolarmente seguono le alzatacce prima dell’alba. Si racconta che Leonardo (no, non Di Caprio) avesse l’abitudine di svegliarsi alle 4 del mattino per prendere appunti sui suoi taccuini. E no, non so se pescasse a mosca ma se così fosse avrebbe sicuramente lasciato tracce indelebili anche nel nostro piccolo mondo di lanciatori di mosche.

Tornando alle nostre alzatacce, anzi alle mie, devo ammettere che a volte capita di svegliarmi nel bel mezzo della notte tormentato da incubi tremendi. Non capita spesso e normalmente la cosa è legata a cene non definibili come “leggere”. Nell’ultimo incubo di qualche settimana fa me ne stavo con i piedi ammollo nell’acqua fresca, una bella canna in bambù in mano, ovviamente di ottima fattura e con superba azione, un lama di acqua cristallina, non troppo lenta, non troppo veloce. Assenza di vento e temperatura perfetta. Decine di trote enormi approfittavano di immense schiuse di insetti e il fiume ribolliva letteralmente di questo pasto continuo. Le mie scatole erano piene di ogni sorta d’imitazione, di diversa fattezza e di ogni dimensione.

Pescavo e agganciavo trote in continuazione, qualunque cosa facessi, qualunque mosca legassi al mio finale. Bastava sempre il primo lancio, lungo o corto, sia che fosse giusto o sbagliato. Che la mosca cadesse con fragore o che si adagiasse con etera delicatezza poco importava. Non rompevo mai il mio terminale, nemmeno se ferravo violentemente. Non sbagliavo mai la ferrata e non mi attaccavo mai ai rami della sponda. La mosca vi entrava e usciva come se non esistesse o come se non esistessero quelle fronde. Ferravo, portavo a riva e rilasciavo per rivedere la stessa trota rimettersi in fila per farsi catturare ancora e ancora, senza fine. Nessun problema, nessun fottutissimo problema.

Capii allora, con un senso crescente di ansia e calore diffuso, di essere all’Inferno. Un cartello che portava una scritta inequivocabile: “Benvenuti all’Inferno dei Pescatori a Mosca”

Un calcio di mia moglie mi riportava alla realtà mentre un urlo stava salendo dalla gola quasi chiusa per il terrore.

Quella stessa mattina me ne andai a pesca, quella vera. In un’intera giornata sul fiume pescai in mezzo a sporadiche schiuse alternate da momenti di assoluta inattività,  cambiai decine di mosche e parecchie le lasciai appese ai rami lungo il fiume, ottenni montagne di rifiuti, ruppi il finale in ferrata più di una volta e riuscii a catturare non più di un paio di belle trote. Quando capii finalmente su cosa erano concentrate le attenzioni dei pesci la sera stava però calando veloce. Che fantastica giornata.

Per un momento provai a immaginare il Paradiso dei pescatori e volli che fosse così.

Perché questo lunghissimo prologo? E’ per dirti, se ancora non lo sapessi, che la pesca a mosca deve essere qualcosa di fottutamente difficile e se vorrai godere appieno dei suoi veri piaceri dovrai essere pronto a tutto questo e preparato a risolvere una moltitudine di problemi.

I problemi erano ciò che una volta distingueva il pescatore a mosca da qualunque altro pescatore. Sentivi dire: ah, la pesca a mosca, bella ma difficilissima.

Ed era vero. Beh, deve esserlo anche oggi. Dovrai continuare a confrontarti con un bagaglio tecnico che nessun altro tipo di pesca richiede, con le dinamiche del lancio, con la comprensione degli insetti del fiume e con le migliaia di imitazioni nate per imitarli, tutte buone e tutte sbagliate allo stesso tempo.

Potrai anche evitare di conoscere i nomi latini degli insetti ma almeno dovrai imparare che non esistono schiuse di cul de canard e che non esistono emergenti di plecottero. Oggi tentano di farti credere che pesca a mosca e insetti possano vivere vite separate invece di confessarti che si tratta di un matrimonio indissolubile. Ti fanno credere che l’importante è quanto pesce prendi e non il come lo hai preso.

Ti allontanano dai problemi e tu ti limiti a guardare invece di imparare a vedere.

La pesca a mosca alla trota è la pesca dei problemi, delle situazioni da risolvere, dell’unico pesce che ti farà imprecare e ti terrà inchiodato per ore nello stesso punto del fiume o di quello che ti darà un’unica chance sulla piccola buca del torrente.

I problemi, le situazioni complicate e la ricerca della soluzione, per secoli hanno ispirato pescatori e costruttori in una moltitudine di opere letterarie. Cosa sarebbe la pesca a mosca senza l’eterno dilemma della scelta della mosca? Sommersa o secca poco importa. Ciò che veramente importa è porsi domande, cercare risposte, sapendo che non si avranno mai certezze.

Le difficoltà sono state anche l’anima dei racconti intorno al fuoco e delle favole sussurrate dai nonni ai bambini.

Le lotte tra uomo e natura nel “Il Vecchio e il Mare” o in “Moby Dick” sono l’essenza del problema, che è anche parte inscindibile  dell’avventura stessa. Il capitano Achab e il vecchio pescatore di Hemingway rincorrono le difficoltà, le cercano, inconsapevolmente le bramano, non cercano di sfuggirgli. Un avventura è tale fino a quando abbiamo incertezze, problemi da risolvere e punti interrogativi. Il resto è noia o, se preferisci, avventuroso come un aperitivo in centro città.

Ogni problema da risolvere sarà un opportunità per crescere e per portarti un giorno a dire: io sono un pescatore di trote con la mosca. E non semplicemente a pensare di esserlo, solo per il fatto di pescare con una canna da mosca, un mulinello da mosca, in una riserva dedicata alla pesca a mosca e, soprattutto, con qualcosa attaccato alla lenza che non ha nulla a che vedere con un insetto. Combattere una trota nella maniera giusta ti farà rispettare di più quel pesce, come il vecchio Santiago rispettava il grande Marlin.

Si dice che le storie e le metafore aiutino nella comprensione di un concetto o di un pensiero e quindi oggi te ne racconterò una e poi ti lascerò ai tuoi pensieri.

Negli Stati Uniti visse un predicatore e scrittore, padre della filosofia del “pensiero positivo”, di nome Norman Vincent Peale. I suoi libri ebbero molto successo e fama e denaro arrivarono presto in grande quantità.   In un suo libro Norman Vincent racconta del giorno in cui svegliandosi una mattina iniziò a pensare di non aver alcun problema di cui preoccuparsi: aveva belle auto, case di lusso, denaro e successo, tutto andava bene, niente che turbasse i suoi sonni. Pensò, ancora e ancora, ma non trovò problemi da affrontare. E la cosa lo spaventò moltissimo.

Norman Vincent si alzò dal letto e affacciandosi al davanzale giunse le mani e pregò Dio, urlando al cielo: “Signore” disse “cosa mi sta succedendo?” – “non ti fidi più di me?”.

“Dammi qualche fottuto problema affinché io possa sentirmi ancora vivo”

Ora tocca a te scegliere. La prossima volta che entrerai in acqua potrai decidere se scegliere la strada facile, del non lancio, della pesca sotto i piedi senza coda, delle mosche che nulla imitano, della cattura semplice e a ripetizione, delle trote di plastica e del non preoccuparsi se intorno a te volano effimere o cavallette, tanto nessuna delle due imiterai. Oppure potrai chiudere gli occhi e dire a te stesso: “fottuto problema, grazie di esserci, io sono pronto…”

 

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